Prima di entrare nel dettaglio, si può ricordare una norma trasversale – in quanto contenuta in un contratto quadro – che è quasi l’allegoria di quanto si sta dicendo. Si tratta delle modalità di svolgimento delle riunioni sindacali che l’art. 10, comma 7 del CCNQ del 7 agosto 1998 così disciplina: “le riunioni con le quali le pubbliche amministrazioni assicurano i vari livelli di relazioni sindacali nelle materie previste dai CCNL vigenti avvengono – normalmente – al di fuori dell’orario di lavoro. Ove ciò non sia possibile sarà comunque garantito – attraverso le relazioni sindacali previste dai rispettivi contratti collettivi – l’espletamento del loro mandato, attivando procedure e modalità idonee a tal fine”. Infiniti sono stati i quesiti inoltrati all’ARAN sull’applicazione pratica di questa norma e, in particolare, se le riunioni devono essere svolte tassativamente fuori orario. Le risposte sono sempre state interlocutorie per via del secondo periodo della clausola e per il principio della salvezza delle relazioni sindacali. Le pubbliche amministrazioni sono tuttavia strette tra il rischio neanche troppo latente del danno erariale – per aver sottratto ore di lavoro per le trattative – e quello della condotta antisindacale – per i vincoli imposti alle stesse trattative – proprio a ragione dell’ambiguità contenuta nel citato art. 10 che passa da un “normalmente” ad un “comunque garantite” e lascia l’intera questione in balia di non meglio individuate “procedure e modalità idonee a tal fine” senza però rispondere alla domanda originaria. L’immediata conseguenza è quella dell’esistenza di prassi e comportamenti molto difformi, fatto che certo non depone a favore della trasparenza e dei principi di correttezza e buona fede che sono i pilastri sui quali si deve fondare il rapporto di lavoro subordinato, sia privato che pubblico. Tale diversità applicativa si può riscontrare anche in tutti gli esempi che seguono. Le parole o locuzioni controverse sono sottolineate ad evidenziare le scelte di palese compromesso tra le parti negoziali che purtroppo non giovano alla applicazione lineare e omogenea dei contratti di lavoro.
Orario di lavoro dei primari
Da dodici anni una spinosa questione è dibattuta nelle aziende sanitarie, per la verità sempre meno frequentemente: quale è l’orario di lavoro dei direttori di struttura complessa e, in particolare, se devono prestare “comunque” 38 ore settimanali. La fonte della problematica è l’art. 15 del CCNL del 3 novembre 2005 che seraficamente afferma “i direttori di struttura complessa assicurano la propria presenza in servizio per garantire il normale funzionamento della struttura cui sono preposti ed organizzano il proprio tempo di lavoro, articolandolo in modo flessibile per correlarlo a quello degli altri dirigenti” . Nella regolamentazione di un aspetto così determinante del rapporto di lavoro, nessun soggetto sano di mente – o, in buona fede, se si preferisce – utilizzerebbe il verbo “correlare”: se un orario di lavoro minimo non è previsto ciò deve essere detto in modo espresso e non dedotto mentre se l’interpretazione è, come è ovvio, che deve essere almeno quanto quello “degli altri dirigenti” è altrettanto necessaria una esplicitazione. La ricostruzione di tutti gli aspetti della problematica è rinvenibile nell’articolo pubblicato sul n. 6/2018 della Rivista “RU – Risorse Umane” di Maggioli Editore ma, aldilà del merito della vicenda, è incontrovertibile che una formulazione che ricorre alle parole “per correrarlo” non risponde ai canoni di correttezza e buona fede indispensabili per la regolazione del rapporto di lavoro.
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